D. B. Hai scritto un libro di racconti. Come mai, visto che gli editori non li vogliono?
I. L. Intanto non ho mai pensato di scrivere seguendo un genere preciso, sarei troppo indisciplinato anche solo per un tentativo, e poi, costretto a rispettare certe regole, mi sentirei in prigione. Più che altro ho seguito il bisogno di inventare delle storie che mi piacessero e di scriverle in una lingua adeguata ai personaggi e alle situazioni che pian piano venivano fuori. Quanto alla scelta degli editori di sbarazzarsi del racconto sarebbe meglio che andassero a vedere il genere in cui è grande la nostra letteratura, che secondo me è proprio la novella. Se oggi le cose stanno come dici tu mi dispiace. In altri paesi il racconto continua a essere amato. In Italia è vero che si scrivono romanzi e che il mercato li vuole, però mi sembra che in molti casi i romanzi degli scrittori italiani siano un po’ copiati.

D. B. Ma copiati da chi?
I. L. Non penso a un autore in particolare, però molti sanno di roba già letta, di situazioni prese in prestito da altre culture. Prendiamo ad esempio il successo del giallo. Altrove è una produzione robusta, che ha una sua tradizione, ma qui da noi ha qualcosa di orecchiato.

D. B. Veniamo al tuo libro. S’intitola Semplici svolte del destino e fa pensare che gli argomenti dei racconti abbiano a che fare con la vita. Io ci vedo due temi che hai trattato principalmente: uno è il tema dell’iniziazione, ad esempio quella amorosa, e l’altro è il rapporto di coppia, che non sempre sembra la migliore soluzione per l’essere umano.
I. L. In effetti la vita secondo me non smette mai di essere un apprendistato. A vent’anni non l’avevo capito e credevo che si potesse asserire qualcosa in modo perentorio, affermare questo e quello senza stare a perdere troppo tempo per imparare. Poi sono arrivati gli insuccessi, così a forza di problemi ho capito che si è sempre un po’ alle corde, e per venirne fuori non c’è altra via che affidarsi agli altri, quelli che si meritano fiducia. E vorrei anche dire che in genere sono proprio quelli che non si atteggiano a maestri. Quindi nella mente ho chiara la situazione dell’apprendista, una situazione aurorale dove tutto è possibile, dove c’è una grande apertura. Le cose mi sembrano molto più interessanti all’inizio e al tramonto. Per quanto riguarda il rapporto di coppia credo che nei miei racconti emerga una situazione di agonismo. Non so se sia così anche per gli altri, ma io ho l’impressione che nelle coppie sia inevitabile lo scontro perché da tutte e due le parti si avanzano sempre delle pretese, troppe pretese, e l’alternativa è semplice: o soccombi o lotti per sopravvivere. Non credo a un’armonia a buon mercato.

D. B. L’ultimo racconto è il più bello del libro, secondo me, e vorrei sapere da dove viene.
I. L. È un racconto dove anzitutto confluiscono delle voci, un coro di voci anche dissonanti che io sentivo quando ero piccolo, e che su di me hanno prodotto un’immaginazione mitica: ad esempio le speranze che avevano i comunisti di migliorare il mondo e la paura degli altri che temevano il loro miglioramento comunista, speranze e paure che io ho conosciuto bene negli ambienti che frequentavo. Poi nel racconto c’è l’ammirazione per uno zio che nonostante sia rimasto in lontananza, visto che l’ho frequentato pochissimo, per me è sempre stato un esempio di come si possa reggere ai duri colpi della vita. Insomma c’è uno sfondo di storie a cui sono legato, vengono da un mondo ormai scomparso che però ha una forte carica affettiva, per me. Forse si capisce anche da altri racconti, ad esempio quello che ha per titolo Carlomagno.

D. B. Tu hai una formazione filosofica. Che difficoltà hai incontrato a scrivere narrativa?
I. L. Io ho sempre avuto la tendenza a spiegarmi la filosofia con delle immagini. Devo vedere per capire. Ma ai piani alti della filosofia i concetti sono figurativamente meno visibili, e può darsi che mi sia venuto l’impulso a scrivere proprio per assecondare una naturale attitudine immaginativa. Le difficoltà sono state due: liberarsi da una lingua scolastica, e liberarsi dall’introspezione.

D. B. Dici una cosa che non viene percepita dal lettore comune, il quale di solito ammira l’introspezione; mentre anch’io penso che l’introspezione sia una grande pacchianeria, la cosa più facile da scrivere. Quello che è difficile per chi scrive è l’esteriorità. Come hai fatto a risolvere questo problema, se l’hai avuto?
I. L. L’introspezione è un aspetto inevitabile della vita quotidiana, è prezioso per sbrogliare certe situazioni complicate, permette di fare dei passi indietro che poi spesso sono dei passi avanti. Ma nello scrivere l’interiorità deve rimanere sullo sfondo, e funzionare come un motore immobile, tanto per usare una celebre figura filosofica. L’aspetto psicologico genera il movimento narrativo ma l’interesse va alle cose che succedono. La difficoltà è qui, far succedere qualcosa. È come la bellezza del cielo notturno: sta nelle costellazioni visibili, non nelle leggi che regolano i moti planetari. Certamente anche il principio di gravitazione universale ha una sua bellezza, ma è di altro tipo.

D. B. Ci sono degli scrittori che hai letto con ammirazione, che ti hanno fatto prendere una certa strada? So che è sempre un po’ n arci sistico citare altri scrittori come fonte, ma chi ti piace.
I. L. È n arci sistico perché si ha la tendenza a farsi una propria parentela e a considerarsi eredi di qualcuno. Ce ne sono parecchi che si fanno “l’albero genialogico”, come dice Baldini in Carta canta, a proposito di scrittori che mi piacciono. Fare dei nomi è quasi un orgasmo. Chi viene intervistato pensa di assimilarsi a dei modelli riusciti: se cito quello scrittore lascio intendere che sono un po’ come lui. Ma è un errore. Intanto non è detto che gli altri ti riconoscano, e poi ognuno deve trovare una voce, un tono musicale. Io sono rimasto incagliato a lungo su questo problema della voce: scrivevo ma era come se parlassi imitando un altro. A parte il fastidio, succedeva che quello che avevo da dire non usciva bene. Detto questo, degli italiani mi piacciono Malerba, Celati e Cavazzoni. Ho letto molto i russi, e poi ho avuto e continuo ad avere una mania per Thomas Bernhard, che è la più bella esperienza di lettura che si possa fare. Quando sono giù di corda apro un suo libro a caso, e a leggere anche solo una pagina ci scappa la risata.

D. B. Il tuo libro ha il titolo di una canzone di Bob Dylan. È importate per te la musica? Cosa ascolti?
I. L. Secondo me la musica aiuta a trovare un senso ritmico. Nella poesia è più scontato che ci debba essere questo senso ritmico, ma nella narrativa lo è meno. Bisogna distinguere fra il ritmo che lo scrittore fa vivere nel testo, e l’effetto di coesione tra frase e frase che chiunque può produrre quando vuole farsi capire dagli altri. In questo secondo caso non c’è bisogno di nessun ritmo particolare, l’importante è che le frasi abbiano un senso acquisito, riconoscibile. Ma quando si scrive è diverso. Io penso che il ritmo abbia a che fare con gli usi espressivi della lingua, con la potenza racchiusa nella sua oralità, quando la lingua è usata per esprimere una forte carica emotiva. E per avvicinarsi a questo ritmo bisogna liberarsi almeno un po’ dalle regole grammaticali. Pascoli parlava di ritmo nativo, quello che veniva dalla lingua che lui ascoltava da bambino. Per tornare alla musica, quando scrivo ascolto Bach, che non è l’ultimo arrivato. Invece delle volte sono capace di partire in macchina solo per ascoltare Van Morrison, e quando sento And the Healing has begun mi viene una carica che dura per delle ore.

D. B. Vorrei tornare di nuovo sul perché hai voluto scrivere della narrativa, visto che la tua radice era un’altra.
I. L. Col tempo mi sono sempre più convinto che siamo racchiusi dentro il linguaggio, è lì che conduciamo gran parte della nostra vita. Io però da bambino non mi trovavo a mio agio in questo abito: mia madre parlava male l’italiano perché aveva in mente il francese e mio padre parlava male l’italiano perché aveva in mente il dialetto. Anch’io parlavo male l’italiano, per forza, e a scuola non facevano che rinfacciarmelo. La scuola può essere la rovina dell’essere umano, ma mi fermo subito perché altrimenti prendo una deviazione che non finisce più. Dunque, la filosofia è una cosa complicata, ha una sua lingua, e io l’ho voluta imparare per farmi un po’ di chiarezza attorno. Forse ho reagito alla confusione che mi circondava da bambino. Poi ho sentito il bisogno di una lingua diversa, che dovevo imparare per raccontare le storie che man mano hanno preso consistenza emergendo da questa confusione. È un processo che va avanti ancora adesso, non si impara mai fino in fondo: questo è il lato positivo della faccenda. Quello che uno fa è solo un movimento per imparare qualcosa. Perciò bisogna stare sempre in ascolto, e giudicare poco.

D. B. Le idee che hanno generato i racconti vengono da esperienze autobiografiche oppure le hai inventate? Ad esempio è successo veramente che alla vigilia dell’invasione di Praga tu fossi con una ragazza cecoslovacca sulla Riviera adriatica?
I. L. Beh, nel 1968 avevo solo dieci anni e non ero tanto precoce. Però ero veramente sulla Riviera adriatica, questo sì. In un certo senso potrei dire di aver condensato nel racconto delle cose successe a degli altri, cose che avendole sentite raccontare sono diventate mie. Secondo me succede spesso così, anche nella vita di tutti i giorni. Qualcosa succede a un altro, magari la leggiamo sul giornale, e per qualche momento è come se fosse successa a noi. Certi scienziati di Parma hanno anche spiegato il perché, dipende da certi fenomeni che accadono nel cervello, e non è nemmeno una prerogativa umana, capita anche ai babbuini. Ma più che altro vorrei risponderti con le parole di un filosofo tedesco: ciò che di personale c’è nei miei scritti è falso, diceva. Ecco, secondo me c’è un gran cumulo di credenze che andrebbero rimosse intorno all’idea di individuo. Nei secoli ha fatto comodo questa idea, serviva a controllare la vita degli altri, ma più passa il tempo più mi convinco che quando uno parla ci sono centinaia di altri che parlano dentro di lui; quando uno pensa, pensa coi pensieri degli altri. E tanto per appoggiarmi a un altro filosofo, uno che disprezzava in tutto e per tutto il filosofo che dicevo prima, questo secondo filosofo era convinto che l’io fosse una dannazione. Da qualche parte ho poi letto che Satana si annida nell’anima individuale, ma lasciamo perdere queste cose.

D. B. Per la verità anche Franz Kafka pensava cose del genere. E tu lo citi direttamente nei tuoi racconti. È stato importante anche per te?
I. L. È un grandissimo scrittore che io leggo e rileggo, e vorrei anche sapere perché l’hanno associato a qualcosa di triste. Secondo me fa ridere, altro che triste. E per concludere il discorso di prima, direi che l’io è un povero stupido che cerca la garanzia di essere qualcos’altro, ma rimane sempre quello che è. Naturalmente, a proposito di io, resta il fatto che io sono poi contento di aver fatto questo libro. Anch’io sono soggetto alla mia dannazione. In questo libro ci sono delle situazioni e delle cose immaginate che hanno fatto parte di me proprio come individuo, e adesso sono riuscito a metterle lì fuori, visibili anche per gli altri, a chi interressa. Questo però non toglie nulla al discorso di prima, cioè che un individuo non sia qualcosa da dare troppo per scontato. E adesso che siamo in chiusura mi scuso se sono sembrato un po’ troppo vanaglorioso nel dire certe cose.

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G. P. Innanzi tutto perché questo titolo, “Brevi dal Nord”?
G.M. Quando Enrico De Vivo mi ha contattato per sapere se avevo qualcosa da proporgli per la nuova collana di narrativa che avrebbe diretto per la casa editrice QuiEdit, stavo lavorando a una raccolta di pezzi brevi e brevissimi. L’opera era ancora abbastanza in fieri e non aveva un titolo, nemmeno provvisorio; accettando l’offerta di Enrico, che vive in Campania, mi è venuto spontaneo dedicargli “dal Nord” (Modena) questa serie di scritti. Però rispetto alla casa editrice, che ha la sede legale a Verona, mi colloco “al sud” anch’io. Perlomeno, sud-ovest.

G.P. Come ti è venuta in mente l’idea di iniziare a scrivere una raccolta di testi così brevi, e per di più molto eterogenei? Non avevi il timore che sarebbe stato difficile trovare un editore disposto a pubblicare un’opera così anticonvenzionale?
G.M. Per me la scrittura è puro divertimento, quindi mentre procedevo nella stesura dei vari testi (a volte due o tre contemporaneamente, per rendere il gioco più interessante) non mi sono mai posto il problema del “dopo”. In effetti il problema esiste, ed è di duplice natura: parecchi editori ritengono il racconto un genere minore (e pertanto molto rischioso dal punto di vista puramente commerciale) – figuriamoci la perplessità che può suscitare una raccolta di racconti che spesso non raggiungono la lunghezza di una pagina… Inoltre, come hai giustamente sottolineato, l’opera non contiene solo racconti, ma anche atti unici, dialoghi, lettere, finti trattati, ecc. Devo dire che sono rimasto piacevolmente stupito dal fatto che l’opera sia stata accettata senza obiezioni, e anche molto rapidamente.

G.P. Questa assoluta commistione di generi e di registri non rischia di sconcertare il lettore?
G.M. È possibile che la prima reazione del lettore sia in effetti lo sconcerto, ma io spero che immediatamente subentri un sentimento di sorpresa, di divertita meraviglia. Da una pagina all’altra cambia tutto – ritmo, stile, atmosfera, genere letterario… insomma, una grande confusione, sì, ma “tonica”, che mette addosso una certa allegria e molta curiosità; almeno spero.

G.P. Non per niente Gisela Scerman, nella prefazione, dice che quest’opera sembra “il lavoro di un facchino che ha accatastato in un sol luogo il contenuto di due o tre soffitte da sgomberare”; ti sembra un paragone azzeccato?
G.M. Direi proprio di sì; la trovo una gran bella immagine, potente, che secondo me “funziona” benissimo a vari livelli di percezione. Inoltre rende alla perfezione l’idea fondamentale della “sorpresa” – quello che si trova nelle soffitte è sempre sorprendente, anche se non necessariamente “bello”. Ma quello che volevo evitare era proprio il pericolo del “bello” in sé e per sé, quel genere di “bello” che non solo è un po’ freddino, ma che raggela addirittura. Io questo tipo di bellezza la trovo innaturale, altera, artificiosa. Infatti non sposerei mai una top-model.

G.P. Che cosa ti ha “divertito” di più durante la stesura della raccolta?
G.M. Be’, diciamo che il motore che ha fatto progredire abbastanza velocemente l’intero progetto è stato il gusto della sperimentazione – anche a costo, talvolta, di rischiare di dar l’impressione di voler prendere in giro il lettore. Naturalmente questo proposito è del tutto assente dal mio lavoro – al massimo vi si può trovare qualche piccolo sberleffo a certe mode narrative. O forse sarebbe più preciso chiamarle genericamente “pose intellettuali”. L’altra cosa che mi ha appassionato molto è stato il montaggio dell’opera in concreto. Mi trovavo tra le mani una settantina di testi che, presi singolarmente, ritenevo validi – si trattava di assemblarli in modo convincente, non ripetitivo. Insomma, si trattava di non rovinare tutto. A qualcuno potrà sembrare un lavoraccio, io l’ho sempre considerato un aspetto del gioco. Alla fine ho anche scartato alcuni pezzi, che mi sono rimasti in mano come quando si cerca di riparare un elettrodomestico o un trenino elettrico.

G.P. Hai parlato di sperimentazione; c’è ancora qualcosa da sperimentare, in letteratura?
G.M. Onestamente credo proprio di no, è già stato fatto di tutto e di più, e spesso in maniera eccellente. Ma io personalmente certe forme non le avevo mai affrontate, e ho voluto constatare se ero in grado di fare alcune cose che secondo me sono molto difficili da scrivere in modo che stiano veramente in piedi. Poi, per raggiungere il massimo dell’incoerenza, ho inserito anche tre o quattro racconti per così dire “normali”, più convenzionali insomma. In questo modo credo però di aver creato anche un certo ritmo compositivo – sempre che il lettore decida di leggere il libro dall’inizio alla fine.

G.P. Pensi di continuare a “sperimentare”, in un prossimo volume?
G.M. A ben guardare si “sperimenta” sempre, scrivendo, perché si tratta ogni volta di una nuova avventura, di un nuovo inizio. Comunque ho intenzione di tornare a forme più tradizionali sia di genere che di stile. Ho un paio di romanzi da finire, la “voce” che li guida mi soddisfa e mi diverte abbastanza, ma devo trovare molto tempo libero per portarli a termine. Un romanzo è una cosa grossa: è un pachiderma, mentre i racconti brevi appartengono alla famiglia dei passeracei.

G.P. Nella grande varietà di stili, forme e registri che hai messo in mostra in “Brevi dal Nord”, a quali autori ti sei maggiormente ispirato?
G.M. Posso semplicemente dichiarare la mia ammirazione per alcuni maestri, poi non so fino a che punto ne sia stato influenzato a livello conscio o inconscio. Senza dubbio ho sempre tenuto presente la lezione di Ermanno Cavazzoni, Gianni Celati, Daniele Benati, Daniil Charms, Céline, Thomas Bernhard, Henri Michaux, Bohumil Hrabal, Robert Walser… e tantissimi altri che sarebbe troppo lungo citare, ma di cui ho grandissima stima.

G.P. Tutti autori che compaiono spesso nel tuo blog www.gianfrancomammi.it; Hrabal l’hai citato anche in esergo a “Brevi dal Nord”…
G.M. Sì, mi è tornata sott’occhio quella frase di un racconto tratto da “Inserzione per una casa in cui non voglio più abitare”, e mi è sembrata perfetta per chiarire fin da subito il mio approccio all’opera. Venga, vecchio, venga qui e ci racconti qualche puttanata è una frase leggera e semplicissima che in due secondi smonta quintali e quintali di menate intellettualistiche.

G.P. Che significato ha per te un libro come “A schermo nero”?
M.E. Da tempo volevo scrivere un libro sul cinema e dedicarlo a Giovanna G., mia madre (1921-2009). L’occasione mi è stata offerta generosamente da Enrico De Vivo per la sua bella collana Questo è quel mondo (QuiEdit). Partirò proprio dalla frase di Leopardi “Questo è quel mondo” perché, in qualche modo, la sento pronunciata dalla voce di mia madre. Per lei questo mondo, in cui ci tocca vivere, non era altro che quel mondo in cui possiamo invece solo sognare: il cinema. Attraverso di lei ho imparato ad amare il cinema in modo esclusivo e ossessivo, a percepirlo come luogo elettivo del fantasma e del sogno. I fil m c he ho visto nell’infanzia e nell’adolescenza – dai classici del muto al noir americano, dal melò al musical, dal western alla commedia classica – sono stati per me il segno evidente del magico potere dell’illusione contro la deludente realtà.

G.P. Dunque tutti i tuoi racconti sono “dedicati” al cinema?
M.E. La parola “dedica” è forse un vocabolo riduttivo. In A schermo nero, io continuo il lavoro che ho sempre sviluppato nei miei libri precedenti: identificarmi con destini di poeti, pittori, musicisti, o anche individui folli (di professione sono psichiatra) e raccontare “dall’interno” le loro storie segrete, a volte bizzarre e malinconiche, altre volte ironiche e grottesche, in forma di interviste, lettere, diari, etc. Il cinema, con il suo repertorio di miti e di leggende, è in questo senso una miniera inesauribile. Le storie che racconto, attraverso voci diverse, sono storie impossibili, perché collocate in un passato dove non sono accadute, ma verosimili, perché potevano accadere. Io definirei il contesto di queste storie, come di altre che ho scritto in libri precedenti, un passato ipotetico. Ogni mio racconto è l’ostinata ricerca di un enigma da affrontare, di un dolore da riparare, di un segreto da svelare. Come scrive Orson Welles: «Il pericolo maggiore per un artista è trovarsi in una posizione comoda: è suo dovere mettersi nel punto massimo di scomodità, cercare questo punto».

G.P. Quando hai scritto questi racconti?

M.E. La domanda mi coglie impreparato. Non so mai quando scrivo i miei libri. Resto turbato da un destino, prendo appunti su una storia, abbozzo una narrazione. Poi, non appena si profila un’occasione, sprofondo nel lavoro concreto sul testo e comincio a scrivere e riscrivere i racconti sapendo che diventeranno un libro.

G.P. Non trovi che il cinema sia uno spettacolo fondamentalmente estraneo alla letteratura?
M.E. Il cinema è il luogo dove è sempre al lavoro un “io collettivo”. Registi, attori, direttori della fotografia, costumisti, produttori, montatori, sono tutti protagonisti della realizzazione del film. Certo, la libertà dello scrittore davanti alla pagina bianca è un’utopia per chi costruisce un film. Nel cinema si mescolano fattori diversi e contraddittori: il caso, l’intuizione, il volto dell’attore, un gioco di luci, un budget ridotto. Il cinema reinventa il mondo attraverso delle forme in movimento. Mia madre era incantata da questo. Disgustata dalla “vita vera” che conduceva nella realtà di tutti i giorni, era affascinata dalla “vita apparente” che gli attori portavano sullo schermo così come si è affascinati da un mondo parallelo, da un’”eterna illusione”, dove l’attore non invecchierà mai e vivrà sempre solo quella storia, con quello sviluppo e quella fine.

G.P. Come può la scrittura entrare nel laboratorio-cinema? E che stile hai scelto per farlo?
M.E. Se il cinema è il regno evidente delle ombre, la letteratura è il regno segreto delle fantasie. Il laboratorio è simile, anche se gli strumenti sono diversi. Uno scrittore reinventa all’infinito. Prende la penna, scrive e scrive ancora, poi la lascia a qualcuno dopo di lui, che continuerà la sua opera. Fa qualcosa di diverso un regista, quando lascia in eredità la visione dei suoi film agli spettatori del suo tempo e a quelli delle generazioni future? Ipotizzare confessioni, taccuini, lettere, carteggi non esistiti, aggiungere altri testi al già sterminato archivio del cinema, è un’operazione inattuale che vuole ritrovare, a ritroso, energie e risonanze “altre”. “Turbare” il passato o “modificare” il presente potrebbe essere giudicato un atto inutile o aggressivo. Io credo sia vero il contrario. Penso che scavare uno spazio di sospensione del tempo, tra presente e memoria, tra finzione e realtà, reinventando una inverosimile storia del cinema, sia la creazione di una poetica. Lo stile, all’interno di questa operazione, deve essere semplice e leggero, e adeguarsi alla voce di cui si fa interprete, alla storia che rappresenta.

G.P. I tuoi racconti sono dei veri e propri “falsi d’autore”, non è così?
M.E. Naturalmente, anche perché questa è una delle direzioni fondamentali della mia scrittura. Ha ragione Italo Calvino quando scrive: «L’autore è autore in quanto entra in una parte, come un attore, e s’identifica con quella proiezione di se stesso nel momento in cui scrive». Nei miei racconti costruisco storie che attribuisco a voci altrui. L’esercizio mi affascina: ritornare nel passato per reinventare le parole degli artisti è un sogno poetico per lottare contro la morte del loro pensiero e non renderla conclusiva, riparare il sopruso di questo lutto. Il lutto, fin dall’inizio, è la vita umana stessa, è nascere e morire (mia madre, osservando i suoi attori preferiti “sempre giovani” sullo schermo, ne negava la vecchiaia e la morte).

G.P. Osserva Luigi Sasso nell’intensa postfazione al tuo libro: «Lo scopo perseguito da Ercolani è quello di trovare, in uno spazio e in un tempo che non esistono, un punto di osservazione inedito che possa gettare luce su una poetica o un destino, sulla genesi o il senso di un’opera». Ti rispecchi in questa affermazione?
M.E. È esatta. La nuova luce che “proietto” su un destino è quasi sempre la volontà di “riparare”, anche se in un tempo postumo, una ferita immedicabile, un dolore assurdo, una mancanza che fa male. Ha quindi un preciso senso etico e non è una futile fantasia estetica, un divertissement culturale.

G.P. Mi hanno particolarmente colpito i pensieri poetici di Robert Bresson e quelli frammentari di Orson Welles. Ma anche il discorso sulla morte di Max Ophüls e la difesa dell’improvvisazione sostenuta da Jean Renoir. Ho ricavato dai tuoi testi un senso di autenticità, come se fossero stati realmente scritti da loro.
M.E. Chissà che non sia vero. A volte, identificandomi in certi artisti, mi sono trovato a scrivere in modo simile a loro. Ricordo ancora una mia pagina apocrifa su Giacometti, pubblicata in un vecchio numero di “Riga”, che alcuni lettori scambiarono per un testo reale del pittore. Ma è questo lo scopo di ogni scrittura: rendere vera la finzione. In questo libro ho scoperto le mie “carte” con prudenza per indurre il lettore a credere fino in fondo nelle mie fantasie, come durante la notte si crede alla realtà dei sogni, anche se il risveglio è sempre imminente. Concludendo la nostra intervista (ricordo, tra le righe, che la forma dell’intervista, in quanto sollecita l’autore a parlare di sé, torna con frequenza nei miei testi), vorrei citare un ricordo d’infanzia che ho immaginato per Sergej Eizenstein: «Quando ero bambino, non aprivo le teste delle bambole, i fondi delle scatole, le casse degli orologi. Non schiacciavo gli scarafaggi e le farfalle, non pungevo le pance dei gatti. Mi tratteneva una sorta di sacro terrore – erano tutte cose vive, anche gli oggetti, e avevano un’anima. Mi trattenni, ma non smisi di desiderarlo». È proprio così lontano dalla realtà pensare che questo possa essere un vero ricordo di Eisenstein?

L’universo del cinema, l’arte più giovane dello scorso millennio, è un universo ipnotico che stimola l’immaginazione a creare, ricreare, montare e smontare nuovi e antichi sogni. Intorno alle diverse anime del cinema questo libro intreccia un caleidoscopio di poetiche, appunti, lettere, interviste, confessioni, che registi, attori, produttori, direttori della fotografia, dagli anni del muto fino ai nostri giorni, potrebbero avere scritto o pensato. A schermo nero, come suggerisce il titolo, viene dall’oscurità di una visione interiore che riflette le sue tenebre per illuminarle. Nel film Io sono un evaso, un’amica chiede a Paul Muni, ex galeotto, vittima di soprusi e ingiustizie: «Come vivi?». Pochi secondi dopo lo schermo si fa nero e la voce dell’attore sibila, pianissimo, la risposta: «Rubo». L’augurio è che il cinema contemporaneo (e la letteratura, e l’arte in generale), estroflesso in visioni troppo visibili, non dimentichi il misterioso silenzio, la zona d’ombra iniziale da cui ha preso origine, e da lì ricavi la linfa vitale e consapevole di un futuro sempre e ancora da inventare. «Questo è il cinema: la realtà dell’irrealtà. Grazie a Dio, noi lavoriamo per creare un’irrealtà che sembrerà reale a milioni di persone» (Joseph Mankiewicz).

A SCHERMO NERO – di Marco Ecolani
Collana “Questo è quel mondo” (QuiEdit, 2010)
Pagine 298, euro 21,90.

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Marco Ercolani è nato nel 1954 a Genova, dove vive e lavora come psichiatra. Scrive racconti fantastici e vite immaginarie. Si occupa di poesia contemporanea e del rapporto arte/follia. È stato redattore di Fanes, rivista di cultura psicoanalitica, e di Arca. Quaderni di scrittura. Tra i diversi libri pubblicati, Col favore delle tenebre (Coliseum, 1987), Praga (Ripostes, 1990), Visioni della natura (Corpo 10, 1990), Vite dettate (Liber, 1994), Lezioni di eresia (Graphos, 1996), Il mese dopo l’ultimo (Graphos, 1999), Il demone accanto (L’Obliquo, 2002), Taala (Greco & Greco, 2004), Il tempo di Perseo (Joker, 2004), Discorso contro la morte (ivi, 2008) e, di recente, L’opera non perfetta (Nicomp, 2010). È autore di saggi critici sulla poesia contemporanea. In coppia con Lucetta Frisa ha scritto L’atelier e altri racconti (Pirella, 1987), Nodi del cuore (Greco & Greco, 2000), Anime strane (ivi, 2006) e Sento le voci (La Vita Felice, 2009).

Da otto anni, esiste sul web una rivista di letteratura ‘militante’ chiamata, con esplicito omaggio a Leopardi, “Zibaldoni e altre meraviglie” (www.zibaldoni.it); essa, oltre a poter vantare insieme alla Settimana enigmistica un consistente numero di imitazioni, ha ospitato sin dall’inizio contributi molto interessanti ed eterogenei non solo per mano di intellettuali e scrittori di chiara fama, ma anche da parte di ‘outsider’ che meritano senz’altro un’attenzione più meditata, rispetto a quella effimera e superficiale che spesso si riserva al Web. Nume tutelare di questa intrapresa è Enrico De Vivo, il cui esordio letterario risale ad una decina di anni, a quei “Racconti impensati” di ambientazione scolastica usciti per Feltrinelli con prefazione di Gianni Celati; poi, nel 2004, lo stesso De Vivo ha curato un’antologia che radunava i ‘pezzi’ migliori della rivista online. Oggi De Vivo si mette alla prova nelle vesti per lui inedite di direttore di una nuova collana, “Questo è quel mondo” (Leopardi avant tout les choses! Ma il grande recanatese è il vero e proprio deus non absconditus alla base di questo progetto editoriale) per la veronese casa editrice QuiEdit. Il primo volume di questa collana ha un titolo programmatico quanto felicemente ossimorico: “Divagazioni stanziali”, opera dello stesso De Vivo. Un “delirio d’immobilità”, più o meno come accadeva nell’Arsenio montaliano, ma soprattutto l’ostentazione di una esplicita indifferenza ed estraneità mostrata verso le Sirene bolse del ‘romanzesco’ a tutti i costi. Piuttosto la rivendicazione di un percorso narrativo originale e curioso, che si guarda bene dal lasciarsi contaminare dallo sterile scimmiottamento di tendenze letterarie in auge. Infatti, l’intuizione da cui De Vivo parte, tutt’altro che balzana, è che si possa fare esperienza del mondo rimanendo sempre nello stesso posto, aderendo con “concentrazione percettiva e collegamento affettivo” a luoghi conosciuti e perlustrati mille volte: “attento alle minime apparenze del mondo esterno, perfino il modo in cui erano disposte le file di alberi lungo una strada mi suscitava pensieri”. Più o meno come accade alle timide, acrobatiche esplorazioni tentate da quegli omini arrampicati su scale traballanti, tanto sagacemente stilizzati nella bella copertina di Mili Romano e tanto figurativamente ‘empatici’ alle divagazioni originali ed errabonde di questo flâneur di provincia, sensibile e delicato, tollerante e affabile. De Vivo è un cultore della perdita del tempo, dell’ “operosità inoperosa” e dell’otium assurti quali ineludibili imperativi categorici. Giustamente chiosa Celati nella prefazione di questo libro “scritto per le delizie del divagare, del riscrivere storie e tentare strade senza obbligo, in uno stato di atarassia napoletana, o dei paraggi”. Divagazioni divise in tre ante (“in osservazione del mondo”, “in ascolto del mondo”, “in pensiero sul mondo”) e tutte comunque innervate da quel “manens moveor”, motto ripreso dal Giordano Bruno degli “Eroici furori”, che qui non funge da semplice epigrafe, ma si tramuta in una sorta di insegna araldica che compendia efficacemente lo spirito di queste narrazioni di De Vivo. Quel mondo quindi di cui De Vivo parla, con una lingua garbata e pulita, è quello che lui conosce meglio: la provincia napoletana, esperita e circostanziata attraverso una serie di luoghi (la scuola, il bar, il supermercato) che quotidianamente l’autore attraversa, sempre riservando ad essi uno sguardo mai banale, né sterile, ma traendone invece sempre l’occasione per nuovi spunti ed ipotesi, in una giostra di riflessioni, storie e fantasie che catturano il lettore. I ‘non luoghi’, di cui l’autore parla, per esempio il Parco Imperiale di Gragnano, non vanno interpretati ricorrendo alla formula – quasi sempre citata a sproposito di Augè –, ma nel senso più immanente e letterale di non-esistenti: “periferico, sganciato, ma soprattutto senza un orientamento urbanistico,[…] come in un labirinto senza uscita”. Eppure anche questi pezzi di paesaggio hanno un loro fascino sottile, sottotraccia, segreto e misterioso, ma reale, tangibile. Come per Proust secondo il quale non esistevano donne brutte, ma piuttosto solo uomini privi di fantasia, così è anche per il nostro autore convinto che “bisogna imparare ad apprezzare la bellezza dei luoghi brutti”. Del resto, De Vivo, in queste scorciatoie e raccontini di poche pagine, in queste riflessioni schive e pensose, evita alla grande ciò che rende insopportabilmente vacua tanta scrittura dei giorni nostri, cioè “le ipocrisie del narratore oggettivo e le lamentele del grande moralista”. Al loro posto, una forma diversa ed altra di attenzione e di comprensione verso l’esistente, verso ciò che è a noi più vicino e prossimo. Sarebbe una buona cosa avercelo come Cicerone per viaggi da fermo, il nostro De Vivo: parafrasando il VII del Purgatorio, potremo dirgli, come fa Virgilio a Sordello: “menane dunque là ‘ve dici/ ch’aver si può diletto dimorando”.

G.P. Come è nato questo libro?
W.N. Ho cominciato a scriverlo nel 2004 e ne ho pubblicato un racconto su “Sud”, rivista che ne avrebbe poi ospitati altri. Mi pareva di aver trovato un tono per esprimere in qualche modo la difficoltà di vivere un tempo che, sebbene sia sempre più ingombro di oggetti, a ben vedere risulta invece astratto, indecifrabile, tanto da rendere meno chiara la coscienza che abbiamo della nostra storia personale e delle ragioni che ci spingono ad andare avanti. In questa confusione, in questo immenso deposito che è diventato il presente, riusciamo a conoscere solo poche cose, talvolta neppure decisive, per cui il lavoro dell’immaginazione diventa determinante. Ho seguito questi personaggi che cercano di ritrovare un po’ di concretezza muovendosi a partire da un paesaggio ridotto all’essenziale (quello della loro coscienza), nella speranza di trovare il modo di superare varie difficoltà. Avanzano ostinatamente, seguendo quelle che il protagonista di uno dei racconti chiama “le ragioni dell’oltranza”, delle quali non siamo mai del tutto consapevoli.

G.P. Nella bella prefazione al libro, Massimo Rizzante ha parlato di congedo silenzioso dalla giovinezza. Sembra che questa stagione sia ormai alle spalle dei vari personaggi.
W.N. I protagonisti dei racconti – specie nella prima parte del libro – mentre tentano di superare le loro delusioni tornano con la memoria ad alcuni episodi della giovinezza per scoprire, però, di essere sul punto di congedarsene. Cercano soprattutto di farla finita con il proposito di diventare qualcuno, impegnandosi direttamente, passando dall’attesa del domani tipica della giovinezza al lungo tirocinio della maturità. Fanno quello che possono nel lavoro, nei loro impegni, nei loro incontri. Tuttavia c’è anche un’altra cosa da dire: i racconti, tranne uno, sono tutti divisi in brevi, o brevissimi capitoli, che a volte narrano direttamente episodi della giovinezza dei personaggi per poi passare ad altre vicende. Per questo sono quasi dei romanzi in miniatura (se non fosse osare troppo, mi verrebbe da dire che sono “romanzi in un palmo di mano”, come scriveva Danilo Kiš).

G.P. A metà del libro c’è un racconto molto singolare, La fiducia nei giorni feriali, che emerge in modo evidente rispetto agli altri. Ha tutto un altro ritmo ed è quasi un racconto conviviale, un esempio di quella narrazione che riprende lo spirito dei racconti orali seguito con grande attenzione dalla rivista “Zibaldoni e altre meraviglie”.
W.N. Tengo molto a questo racconto che è il più vivace del libro e che si inserisce nel contesto del discorso condotto in questi anni dalla rivista. Devo dire che il fatto che Gianni Celati ed Enrico De Vivo abbiano favorito l’uscita di alcune parti del libro su “Zibaldoni” è stato per me fonte di grande incoraggiamento. Tuttavia, se sul tono di questo racconto ci si intende subito, credo sia giusto dire che gli altri non nascono da una conversazione conviviale anche per i temi che affrontano: il lutto, l’abbandono, la difficoltà di superare un errore, sono questioni colte nel bel mezzo del loro sviluppo e non a cose fatte, a posteriori. Di qui anche il tono della narrazione, molto più trattenuto e a volte laconico. L’avventura di un uomo che cerca di superare un lutto, di tornare a vivere più serenamente, non è una di quelle che si raccontano a tavola, eppure è una vicenda quasi sempre rivelatrice di un aspetto sconosciuto della realtà. Tornando però al racconto del ferroviere, dell’ex-ciclista che andava forte soprattutto nel secondo giorno della settimana, mi sembra che sia stato letto molto bene da Rizzante nella Prefazione; anzi, lui ne ha dato un’interpretazione che va anche al di là delle mie aspettative, nel senso che non lo avevo certo scritto avendo in mente un particolare significato. Mi sembrava una storia piena d’interesse, nata d’un solo fiato, una storia che custodiva qualcosa di difficile da chiarire.

G.P. Il racconto più breve, Maestro di se stesso, racconta invece l’impegno di un giovane autodidatta che vuole superarsi.
W.N. Parla di un giovane cui non è rimasto altro che lo studio, ma che, pur essendo arrivato al limite del crollo nervoso e pur volendo ancora superarsi, scopre con sorpresa che anche la sua dedizione può subire delle interruzioni. È solo, perciò vive tutto in maniera assoluta, come capita molto spesso nello studio, che ha sempre in sé qualcosa di totalizzante. Alla fine è contento di essere arrivato al punto in cui si trova, anzi, fa anche la lista dei libri che gli sono serviti ad arrivare fino lì (anche se poi non ce la mostra). Anche lui è teso verso una realtà che sembra aprirglisi solo a patto di uno sforzo non comune.

G.P. Nella seconda parte non è più tanto la giovinezza a contare, quanto la capacità di resistere alle delusioni.
W.N. Credo che nella seconda parte i protagonisti dei racconti siano messi alla prova dalle difficoltà che hanno segnato la loro vita: più che resistere, direi che cercano proprio di andare avanti nonostante tutto. Nell’Anniversario si seguono le vicende parallele di un uomo rimasto vedovo e di sua figlia: mi pare che la figlia, pur profondamente mutata da questa perdita, sia piena di speranze, lo si vede anche dalla lettera che scrive alla madre. Il padre cerca in vario modo di riprendersi, ma è più difficile.

G.P. Il libro si chiude con Il resto, il racconto più lungo e più complesso, con protagonisti un notaio, due sorelle sue clienti, il cognato e la moglie. Il discorso sulla proprietà e sull’abitudine nasconde in realtà qualcosa di più difficile e di più duro.
W.N. Non è chiaro se si tratti proprio di un notaio o di un avvocato. Mi pare che il suo sforzo sia quello di lasciarsi alle spalle le troppe questioni relative alla proprietà ed a tutto ciò che ognuno proietta in quel che possiede, mentre le due sorelle vi sono ancora strettamente attaccate. Il protagonista sta scrivendo un saggio sul deperimento dei beni, sull’obsolescenza delle macchine, ma riflette soprattutto sugli anni trascorsi esercitando la sua professione. Mi sembra che si sforzi di venire a capo di questi problemi. D’altra parte, tutto questo incide sulla sua vita.

Con Divagazioni stanziali (13 euro) del campano Enrico De Vivo e Nessuno ti può costringere (19,80 euro) della fiorentina Francesca Andreini si inaugura la collana “Questo è quel mondo” diretta dallo stesso De Vivo per la casa editrice veronese QuiEdit. Ci sono diverse ragioni per festeggiare questi due volumi e questa nuova collana, che sembra proseguire (almeno così succede con i primi due volumi) l’esperienza del sito letterario “Zibaldoni e altre meraviglie” che ha saputo catturare numerosi lettori nel web: evidentemente, editoria cartacea ed elettronica non sono alternative in opposizione, come tanti sostengono, ma possono proseguire di concerto, allearsi in un progetto comune.
Ma un altro aspetto che mi piace sottolineare è che il titolo della collana viene da Leopardi, una cui dichiarazione è ripresa su entrambi i frontespizi dei volumi: si tratta di un pensiero giovanile (ma mai abbandonato) nel quale il Recanatese, rispondendo ai Romantici, insiste sulla necessità di liberare l’immaginazione dai limiti dell’intelletto. Con questo richiamo a Leopardi non mi sembra che De Vivo abbia inteso appellarsi a un Nume del passato (cioè a un feticcio) o a un sostenitore dell’irrazionalità (cioè a un germe dannoso); risalire al grande poeta e al suo discorso sulla immaginazione significa pensare alla Letteratura come a una attività energetica, a una ginnastica: l’immaginazione muove il corpo e ci fa entrare in un mondo diverso, più forte più brillante più vivido. Quel mondo è qui, proprio come accade nel celebre idillio dedicato a L’Infinito.
Queste premesse potrebbero sembrare un discorso astratto, se non fosse che i due libri appena apparsi condividono una vocazione al primato della immaginazione. È quel che accade nel bizzarro romanzo storico-picaresco di Andreini, dove insieme al protagonista, il ragazzo Gino, possiamo gettare uno sguardo nuovo (straniato, si diceva fino a qualche anno fa, e si diceva forse bene) sul secolo trascorso. Vi contribuiscono le improvvise accensioni vernacolari fiorentine, ma soprattutto il punto di vista, che mette a fuoco in maniera imprevista momenti e paesaggi che oscillano tra città e campagna, cultura e natura. Giustamente, Marianne Schneider nella sua presentazione assimila Gino a Pinocchio, ma di diverso diremmo che, se qui manca la sorpresa dell’innaturale e dell’antinaturale (che è la straordinaria forza del libro di Collodi), vi è però una presenza costante dell’oralità che ci riporta in un magma di appartenenza primaria, in un mondo lontano che pure un tempo è stato (“questo è quel mondo”?).
L’altro libro, Divagazioni stanziali, abbraccia questa alterità sin dall’antitesi del titolo. Divagare restando fermi è infatti la grande insegna della letteratura umoristica. Il lettore si lanci, in questi giorni caldi d’estate, alla ricerca sulle bancarelle di un volumetto prezioso che Guida pubblicò alcuni anni fa, Viaggio intorno alla mia stanza di Xavier de Maistre: vi troverà un archetipo di questo discorso. Ma il lettore, intanto, si affretti anche a ricaricare la sua carta di credito prepagata e a ordinare dall’editore il bel libro di De Vivo, perché vi troverà un modo diverso di raccontare il suo mondo abituale.
Gragnano, Mugnano, Scampia, Castellammare… È infatti in questi piccoli e medi centri campani che sono ambientati i brevi racconti, o “divagazioni”: realtà urbane che non formano il facile inferno del clichè napoletano di questi ultimi anni. L’autore ha un’altra vocazione: non sembra che gli interessi il demonio, ma semmai il daimon, lo spirito reattivo dei singoli individui, che è sempre idiosincratico, singolare. Ecco, presentando forme singolari di esistenza (anche quando parla di Scampia), De Vivo propone un percorso universale e inusuale per entrare nel dominio del consueto. “Questo è quel mondo” significa non soltanto che qui c’è quell’altro mondo che è frutto dell’immaginazione, ma che questo nostro mondo abituale diventa “un altro mondo” quando lo guardiamo con gli occhi nuovi di uno diverso da noi. Soltanto se ci straluniamo, se così si può dire, possiamo imparare qualcosa su quanto ci circonda ogni giorno. La letteratura è fatta per questo: ed è per questo che, come sosteneva Gilles Deleuze, la letteratura è una impresa di salute. Questo, insomma, solo questo è quel mondo.

(pubblicato in CORRIERE DEL MEZZOGIORNO, inserto del CORRIERE DELLA SERA del 13 agosto 2009)

Enrico De Vivo è il direttore di «Zibaldoni e altre meraviglie», una delle più note riviste letterarie on line, entro la cui varietas si è potuta apprezzare, all’occasione, anche la sua prosa tersa e riflessiva. Di recente l’editore veronese Quiedit, specializzato in titoli accademici, ha affidato a De Vivo la cura di una nuova collana di letteratura denominata «Questo è quel mondo», dove il richiamo al Leopardi del canto per Silvia è da intendersi come anelito controcorrente alla «conoscenza fondata sulla fantasia, con una critica, indiretta ma chiara, all’attualità e alla storia, dalle quali è bandito e rimosso qualsiasi pensiero non controllato». Sono i termini impiegati da De Vivo per presentare la collana, non lontani dall’epigrafe che aprirà ogni volume, presa stavolta dal Discorso di un italiano intorno alla poesia romantica, dove il classico recanatese auspica che si «sferri» e «scarceri» l’immaginazione, sottraendola «dall’oppressione dell’intelletto». Mentre la seconda delle prime due pubblicazioni inaugurali declina questo intento in forma romanzesca (Francesca Andreini, Nessuno ti può costringere), la prima è firmata dallo stesso De Vivo e introdotta da una prefazione di Gianni Celati, che è anche uno dei più strenui sostenitori dell’impresa di «Zibaldoni» e qui saluta un libro «scritto per le delizie del divagare, del riscrivere storie e tentare strade senza obbligo, in uno stato di atarassia napoletana, o dei paraggi». Divagazioni stanziali (pp. 132, € 13,00) è dunque una silloge di prose votate al «niente di speciale», ordinate in tre parti secondo la dominanza dell’«osservazione», dell’«ascolto» e del «pensiero». Le “riscritture” che aprono ciascuna sezione, rispettivamente dal Novellino, di Vittorio Imbriani e il Michael Koolhaas di Kleist, sono omaggi, segnavia e concessioni narrative in un libro che, per il resto, si muove con naturalezza nell’elemento digressivo annunciato dal titolo. L’humus tematico è la provincia campana tra Salerno e Napoli dove De Vivo è nato e che questi, tornatovi dopo anni di professione al nord, riscopre con stupore e lieve turbamento, tanto che la scrittura pare servire sovente da porto sicuro, approdo di un animo fine – e in questo vi è reminiscenza di un classico moderno che nel sito di «Zibaldoni» vanta un’intera sezione, e cioè Robert Walser. I rilievi in punta di dita sulla quotidianità, di un nitore ilare e pacato, paiono infatti poggiare, anche in De Vivo, sulla coscienza discreta dell’umana futilità, come negli «ex operai» della prosa omonima, relegati nell’invisibilità, o quel «funzionario dell’esistenza» recluso in un’ottusa subordinazione al proprio antagonista di una vita. E se nel complesso a guidare l’interesse sono i cari paesaggi suburbani sullo sfondo del Vesuvio o la fauna d’insegnanti e vecchi amici setacciati dalle miti fantasticazioni dell’autore, qua e là a salare il «niente di speciale» appaiono fenomeni appena più caratterizzati, come l’amico matto Felice Totano, dalla saggezza brada, o il ristoratore Ciccio Machiòchiera, vocato all’insuccesso commerciale ma felice così.

 (pubblicato in ALIAS – inserto de il manifesto del 18 luglio 2009)

di Stefania Conte

1.
‘A vose alta no la piase,
se spaventa chi che tase.
E se dopo vien un tremo
mejo se qua se scondemo.
La to boca xe ‘a caverna
e la sconde ‘na gran belva,
ma se el fieo te tira dentro
co te sciopa proprio el centro,
che sia vivar butar fora
chi che more soeo lo ignora.
Mi qua salto e qua bestemo
e no metto nessun freno.
Se te rompo ‘a to armonia
tote i strassi e cori via.
Mi me piase spacar tuto,
mi me piase ‘sto casìn
che rovina el to star chieto
e te fa scampar pisìn.
Cori cori cambia strada
scarta  anca ‘sta magagna,
tanto riva sempre prima
la paura che te magna.

La voce alta non piace/si spaventa chi tace/E se dopo viene un tremito/meglio se qua ci nascondiamo/La tua bocca è una caverna/e nasconde una gran belva/ma se il filo ti tira dentro/quando ti esplode proprio il centro/che sia vivere buttar fuori/chi muore solamente lo ignora/Io qui salto e qui bestemmio/e non mi metto nessun freno/Se rompo la tua armonia/prendi i tuoi stracci e corri via/A me piace spaccare tutto/a me piace questo casino/che rovina il tuo stare tranquillo/e te la fa fare sotto/Corri corri cambia strada/scarta anche questo problema/tanto arriva sempre prima/la paura che ti mangia.

2.
Reversame
volteme in do
fame su  in quatro
piegheme in otto.
Cuseme la boca
e dame la to aqua.
Te serco nei busi sui muri,
te vardo traverso li scuri
ma resta i pensieri desfai
e i oci un pocheto serai.
Se manca la voja de corar
forse no xe la so ora,
el leto me pissiga in testa,
de giorno no sento la festa.
Voria rodoearte su l’erba,
voria ziogar ae to carte,
ma riva ‘sto vento indigesto
e mi no me basta el to resto.

 Rovesciami/voltami in due/fammi su in quattro/piegami in otto/Cucimi la bocca/e dammi la tua acqua/Ti cerco nei buchi sui muri/ti guardo attraverso gli scuri/ma restano i pensieri disfatti/e gli occhi un pochino chiusi/Se manca la voglia di correre/forse non è l’ora/il letto mi pizzica in testa/di giorno non sento la festa/Vorrei rotolarti sull’erba/vorrei giocare alle tue carte/ma arriva questo vento indigesto/e a me non basta il tuo resto.

3.
Se te vardo, i oci me se incanta
e anca l’anima se rebalta.
La to boca par ‘na cuna,
‘na foja de bosco, ‘na nuvoea col fosco
e se vardo anca el to corpo tuto intiero
resto ferma, che no te me par vero.
Quel che me verze dentro,
quel che me fa pianzer
xe che te me par cusì picoeo picoeo,
che voria segnar ‘sti to arzini coi basi,
che voria tegnerte sempre streto e proteto
qua che te dormi tranquio sul me leto.
Te sento davero come ‘na creatura,
‘na roba fonda e granda che respira,
un  gorgo de aqua che soto me tira,
de un verde fresco, ti te si la natura.
E mi no me stanco mai de vardarte
anca se el vodo me miscia le carte.
E da novo te me par ceo, curto e finio,
e  in ‘sto sogno, te me par mio.

 Se ti guardo gli occhi mi si incantano/e anche l’anima si rovescia/La tua bocca sembra una culla/una foglia nel bosco,una nuvola col brutto tempo/e se guardo anche il tuo corpo tutto intero/resto ferma, che non mi pari vero/Quello che mi apre dentro/quello che mi fa piangere/è che mi sembri così piccolo piccolo/che vorrei segnare questi tuoi argini coi baci/che vorrei tenerti sempre stretto e protetto/qua che dormi tranquillo sul mio letto/Ti sento davvero una creatura/una cosa fonda e grande che respira/un gorgo d’acqua che sotto mi tira/di un verde fresco, tu sei la natura/E io non mi stanco di mai guardarti/anche se il vuoto mi mischia le carte/E di nuovo mi sembri piccolo, corto, e finito/e in questo sogno, mi sembri mio.

Altre poesie leggibili su www.zibaldoni.it

SONETTI DEL BADALUCCO

giugno 2, 2009

Vita e pensieri dell’attore Attilio Vecchiatto
di Gianni Celati
Con una testimonianza autentica di Enrico De Vivo

Umbrarum fluctu terras mergente
Giordano Bruno, “De la causa, principio e uno”

Attilio Vecchiatto, nato nell’anno 1910, fu attore veneziano, figlio di un’attrice nota per la sua bellezza, Vittorina Brusatin. Di padre incolto, venditore di stracci, ambulante per le fiere, che morì accoltellato, Attilio fu ragazzo di prontissimo istinto, capace di  gesticolare da pagliaccio o recitare tragedie in pose amletiche con grande pathos. Da vecchio ebbe a dire scherzosamente che un attore veneziano gli aveva insegnato il segreto d’essere sempre un altro da quello che si è, al fine di non tirare in ballo se stessi, come cosa importuna. Poiché, diceva anche, l’attore è sempre un altro da se stesso, e quando egli voglia recitare se stesso, diviene solo l’agente pubblicitario delle proprie intime falsità e asinerie.
Nell’anno 1932, mentre è a Genova con la compagnia teatrale di sua madre, accade ad Attilio di scontrarsi con una squadra fascista. Giovanilmente impetuoso, reagisce a una provocazione con l’arte della boxe, in cui era esperto. I fanatici in camicia nera trovano subito la scusa per sparare all’impazzata. Correndo per vicoli senza saper dove sta andando, Attilio s’imbarca in extremis su un mercantile inglese in partenza per l’Argentina.
L’episodio cambia per sempre la sua vita, portandolo verso avventure impensate, in un continente per lui sconosciuto. Ma a Buenos Aires, dopo pochi mesi, ha già formato una compagnia teatrale, la compagnia de los Mirabiles; ed essendo divenuto l’amante dell’attrice Miranda Jolgado, intraprende a gonfie vele la carriera dell’attor giovane, recitando Goldoni in italiano al Teatro Ronzuelo. Indi per quindici anni andrà da un teatro all’altro nelle maggiori città del Sud America, giungendo ai luoghi più dispersi, in Costarica, Venezuela, Messico, Colombia, e infine Brasile, dove si fa esploratore dell’Amazzonia.
Pur sempre preso dalla sua arte teatrale, Attilio non mancò di istruirsi, sotto la guida d’un umanista di nome Paulo Blanco, vecchio amico del celebre Borges di Buenos Aires. Con Paulo Blanco apprese le lingue, il latino, la storia, la filosofia, lesse la poesia italiana e divenne studioso di Dante e Guido. Indi prese a comporre versi, spesso dedicati ai suoi amori giovanili con donne di vario stampo, compresa sua madre, e infime alla moglie Carlotta, che sposerà nell’anno 1942. Una serie di sonetti furono scritti da Attilio dopo il  ritorno in Italia, poi riscritti e limati fino agli ultimi suoi giorni, nel novembre 1993. [G. C.]

Tre Sonetti del Badalucco

Il viaggiatore torna  in patria. Scritto in un caffé di Roma, pochi mesi dopo il ritorno in Italia

Torna da vecchio in patria il viaggiatore
e guarda il suo paese ritrovato,
ora inospite, triviale, deturpato,
in mano a furbi senza alcun pudore:

fogna di massa, paese d’orrore
e di vergogne da togliere il fiato,
con quei somari del televisore
che fan del più fetente il più quotato.

Con chi scambiare idee in tal squallore,
dove impera il maramaldo unto e beato?
Cosa fare in balia d’un truffatore
che aizza tutto il popolo intronato?

Che dire? È in fogne, fango e brulicame
che fa carriera il Badalucco infame.

Di cos’è marcia questa patria trista? Scritto ad Angri, in casa di Enrico De Vivo, dopo una discussione sul marcio dell’Italia odierna

È marcia per mancanza di vergogna.
Qui è sempre in cattedra l’imbroglio fino,
qui vince sempre il cavalier furbino,
e il perdente si gratta la sua rogna.

Qui una faccia di bronzo apre il cammino
guidando il branco al suon d’una menzogna:
scroscia l’applauso in piazza ed è una gogna
che azzittisce il modesto cittadino.

Ah, se ancora di notte lui si sogna
la fratellanza umana il poverino,
dovrà aprire gli occhi sulla sua scalogna,
muto tra furbi, tra usurai tapino.

Che patria è questa, che vita in quintessenza?
Mi sembra il Terzo Reich dell’insolenza.

Badalucco parla al popolo

“Siate liberi – dice Badalucco –
io do la libertà, voi mi date i voti;
la libertà è il profitto per chi ha doti,
e senza doti niente, questo è il succo.

Qui siamo in democrazia e non c’è trucco:
basta coi moralismi da beoti,
se sei furbo coi quattrini tu ti quoti,
poi cacci via quei vecchi come il cucco.

Io ho l’arte degli affari e del pilucco,
e per farvi piluccar profitti ignoti,
vi do la libertà, voi mi date i voti,
che i fessi ci resteranno di stucco.

E quelli d’umore poco gaio
li metto a spalar merda nel mio merdaio!”.

*

Testimonianza autentica sull’attore Vecchiatto
resa da Enrico De Vivo (ex professore  nella scuola media)

Io abito ad Angri, in provincia di Salerno, a una trentina di chilometri da Napoli. Ricorderò sempre una sera d’inverno, quando udii bussare al portone del nostro cortile, con forti colpi, come di chi avesse un’estrema necessità d’aiuto o uno stato di nervosismo incontenibile. Mi affacciai tenendo il portone socchiuso, e prima che potessi vedere chi bussava, mi trovai tra le mani un opuscolo dattiloscritto, dove lessi a malapena queste parole: “SONETTI DEL BADALUCCO NELL’ITALIA ODIERNA”.

Poco dopo, i due personaggi che avevano bussato al nostro portone, seduti in cucina, divoravano tutto ciò che mia moglie si affrettava a mettere in tavola. Si capiva che non avevano mangiato da  giorni. Io e mia moglie li avevamo sentiti mormorare con un filo di voce: “Siamo attori, veniamo da lontano. Non sappiamo più a chi rivolgerci. Scusateci. Potreste darci qualcosa da mangiare?”. Così diceva la delicata voce della signora Carlotta, moglie di Attilio Vecchiatto. E lui, anziano, emaciato, vacillante, con un cappello a larga tesa e un consunto mantello d’altri tempi, si fece avanti così: “Io sono l’attore Attilio Vecchiatto. Lei avrà sentito parlare di me, vero?”. Al che dovetti mentire in tutta fretta, dichiarandomi un suo appassionato ammiratore: “Chi non ha sentito parlare dell’attore Vecchiatto?”. Per fortuna non mi fece domande d’accertamento, dato che  non sapevo chi fosse, né che avesse conquistato la sua fama nel Sud America, poi a New York e infine a Parigi – ma mai in Italia, dove di fatto era sconosciutissimo.

[…]

Attilio Vecchiatto rimase a Napoli tra la fine del 1986 e il maggio del 1987, ospite dei fratelli Scannapieco, a Capua. Qui iniziò a scrivere una sceneggiata ispirata all’Amleto, col titolo ’O fuorilegge ‘nnammurato, che aveva intenzione di allestire con una compagnia di giovani attori locali. In quel periodo ci incontrammo varie volte; io lo andavo a prendere dagli Scannapieco e lo portavo in giro in macchina per un’oretta. Lui guardava fuori dal finestrino, parlandomi della sua vita, delle sue donne, di sua figlia Ofelia che studiava a Parigi, e dei teatri grandi e piccoli dove s’era esibito, tra Europa e America (compresa la tenda d’un capo winnebago, nell’Ontario). Gli piaceva molto commentare le facciate maestose e fatiscenti dei palazzi d’epoca, le alte mura di antichissime ville, le case di tufo, la gente affaccendata per le strade, i cani randagi…. Una volta, con tono molto serio, mi spiegò il motivo per cui era tornato in Italia – era tornato perché da noi, soprattutto nel sud, si vedevano ancora per le strade dei cani randagi (“Ma ahimé, minacciati più che mai dal Badalucco – sospirava – perché i cani randagi non rendono soldi alle banche…”).

[…]

Durante il soggiorno napoletano Attilio finì di limare i Sonetti del Badalucco, e mi lasciò come ricordo una raccolta di foglietti dattiloscritti, gli stessi che qui vengono ristampati, assieme alla vita dell’autore. Anni dopo, quando parlai di Vecchiatto a Gianni Celati, gli passai anche quei sonetti, che Celati poi incluse nel libro sull’ultima recita di Vecchiatto (Recita dell’attore Vecchiatto nel Teatro di Rio Saliceto, Feltrinelli, 1996).

Quanto ai sonetti, so che Celati va in giro a leggerli nelle più varie situazioni, su strade di montagne, nei supermercati, nelle università, e recentemente nel ristorante zurighese che accoglieva i transfughi anarchici o antifascisti, e dove dal 1887 si stampa L’avvenire dei lavoratori. Una simile recita è annunciata dall’Accademia Pistoiese del Ceppo, per il prossimo marzo 2010, in memoria del nostro Attilio Vecchiatto e di sua moglie Carlotta.

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Angri, Maggio 2009

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